VERDE SVELATO

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Villa Abegg

Nel Theatrum Sabaudiae, l’opera commissionata nel Seicento da Carlo Emanuele II per esaltare la grandezza del ducato di Savoia, la Vinea Montana juxta Valentinum è ritratta con splendore idealizzato: un imponente complesso monumentale, con un maestoso corpo centrale circondato da padiglioni angolari e giardini geometrici all’italiana, che superava di gran lunga la realtà effettiva.

Commissionata da Maria Cristina di Borbone, figlia del re di Francia Enrico IV e di Maria de’ Medici, la Vigna detta “di Madama Reale” fu realizzata sulla base di un progetto molto più contenuto e pragmatico ideato dall’architetto padre carmelitano Andrea Costaguta, teologo di corte e suo confessore.

Con il termine “Vigna” si designavano le ville e cascine della collina torinese costruite a partire dal XVI secolo su terreni coltivati principalmente a vite.

Il luogo scelto per costruire la villa fu un vigneto immerso nella conca di San Vito ai piedi della collina, in posizione privilegiata, elevata ma a poca distanza dalla città, con vista sul fiume, su Torino, sulle campagne e le Alpi circostanti, avvolta dalla cornice naturale del bosco e in stretta connessione con la residenza del Valentino, sulla riva opposta del Po.

Durante gli ultimi dieci anni della sua vita, Maria Cristina abitò la villa, arricchendola con l’eleganza e lo splendore della vita di corte. I giardini, parte integrante della dimora, si sviluppavano su diversi livelli, con scalinate, statue, obelischi, porticati, esedre e ninfei. All’interno del parco si allevava una varietà di animali, tra cui cervi, camosci, aquile, lupi e orsi, oltre a specie esotiche come gazzelle, scimmie e leoni, per meravigliare gli ospiti. Una parte della tenuta rimase destinata a vigneto, seguendo la tradizione delle residenze nobiliari costruite sulle colline.

Tra Settecento e Ottocento la villa passò attraverso diverse proprietà e fu oggetto di vari interventi di restauro che ne modificarono l’aspetto originario. Trasformata in quartiere militare, diventò successivamente sede dei Padri Missionari di San Vincenzo e a fasi alterne tornò nelle mani dei Savoia. Sotto l’occupazione francese vi si trasferì Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone e moglie del governatore di Torino; infine Vittorio Emanuele I la cedette nel 1814 ponendo fine al legame con la dinastia. Questi cambiamenti portarono alla riedificazione settecentesca del palazzo, che subì un notevole ridimensionamento, e alla ristrutturazione dei giardini, spostando definitivamente verso la collina l’orientamento della proprietà, prima rivolto verso il Po e il Castello del Valentino.

Nel 1927 viene acquistata da Werner Abegg, industriale svizzero del tessile e collezionista d’arte. Nel 1983 i signori Abegg donano la proprietà alla Città di Torino e l’Istituto Bancario San Paolo di Torino acquista la proprietà superficiaria della villa e l’uso di parte dei giardini. La restante porzione del parco fa parte del verde pubblico di Torino.

Attualmente, all’impianto seicentesco del giardino all’italiana, con i suoi dislivelli naturali e artificiali, si affianca la componente ottocentesca del parco paesaggistico.
La parte squisitamente barocca comprende il “giardino di sotto” all’italiana diviso in aree quadrangolari bordate di bosso, con fontane centrali e alberi di magnolia ai lati, la cui vista prospettica culmina con un obelisco posto all’estremità di una pendenza affiancata da siepi di carpini e lauroceraso. All’impianto originario appartengono anche alcune strutture murarie di contenimento del terreno e il complesso sistema di gallerie nel sottosuolo.
La zona ottocentesca, di impronta romantica e informale, comprende un lago e il prato all’inglese, rose, serre e stagni. Appartengono all’impianto di quel periodo gli esemplari monumentali di faggi, conifere, tigli e ippocastani. Un portico prolunga l’edificio sul lato nord-est, sovrastato da un terrazzo collegato al “giardino di sopra” di proprietà comunale, dove sorge un piccolo padiglione ottagonale dal tetto rivestito in rame con doccioni a forma di serpente.

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Casa Biscaretti

La casa abitata dall’artista Luisa Albert e dalla sua famiglia affaccia su Piazza Cavour, con i suoi giardini che alternano colline e spianate ereditate dai precedenti Giardini dei Ripari, realizzati qui nel 1834 modellando il terreno sui resti dei bastioni difensivi distrutti dai Francesi in età napoleonica.

L’espansione di Torino verso sud-ovest tra gli anni Venti e Sessanta dell’Ottocento diede origine al quartiere risorgimentale di Borgo Nuovo, compreso tra via Po, via Accademia Albertina, via dei Mille e corso Cairoli. Il Giardino dei Ripari era un vero e proprio parco dove i torinesi amavano passeggiare tra i viali e le fontane ritrovandosi alla Rotonda, elegante caffè concerto a pianta circolare progettato dell’architetto Barnaba Panizza, dotato di una terrazza dove suonava l’orchestra.

Intorno ai giardini sorsero in quel periodo residenze signorili, tra le quali Palazzo Biscaretti di Ruffia e lo stabile realizzato come casa-studio per lo scultore Giuseppe Bogliani, autore delle donne alate che sorreggono i balconi dell’edificio al piano nobile. Compresa tra i due palazzi, all’angolo tra piazza Cavour e Via Rolando, sorge la villa di fine Ottocento diventata oggi un piccolo condominio che riunisce tre famiglie di amici.

Il portone di ingresso su Piazza Cavour immette nel cortile che prosegue intorno alla casa con un vialetto affiancato da ippocastani e conduce all’area verde compresa tra l’edificio e il muro di cinta. Affaccia sul giardino il lato della villa a forma di C con vetrate al centro, sovrastato da una terrazza. Il cuore dello spazio esterno è un’aiuola semicircolare, avvolta dall’ombra densa di due tassi e tappezzata di edera. Intorno, siepi di aucuba, rose, oleandri, nandine e due giovani fichi ai piedi degli alti fusti di un ginkgo, un tiglio e un bagolaro. Un tavolo rotondo ha preso il posto di una vecchia fontana che è stata rimossa dall’attuale proprietà; a rievocarla, sono rimasti alcuni piccoli arredi del giardino, putti e vasi decorati con festoni.

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Vigna Bogino

Cesare Balbo, politico, intellettuale e primo presidente del consiglio dei ministri del Regno di Sardegna dopo la concessione dello Statuto Albertino nel 1848, nei Frammenti sul Piemonte racconta divertito l’ammirazione dei visitatori inglesi per il giardino di Vigna Bogino, il cui aspetto lasciato per lo più semplice e naturale era scambiato dagli ospiti della villa per il risultato di un’opera artefatta. Balbo trascorse qui l’infanzia e lunghe villeggiature con il padre Prospero il quale, rimasto orfano da bambino, era stato adottato dal conte Bogino, ministro del Regno che intorno alla metà del Settecento aveva acquistato la vigna ai piedi della collina torinese, all’inizio di Moncalieri e non distante dal castello reale.

La descrizione del giardino fornita da Balbo è dettagliata: un prato a ferro di cavallo di fronte all’edificio con poche aiuole di fiori misti, alberi da frutto coltivati a spalliera dietro casa, l’immancabile topia e un viale che conduceva alla vigna circondata da prati, vigneti e alberi sparsi lungo due ruscelli che scendevano dalla collina. Un dipinto settecentesco di Vittorio Amedeo Cignaroli restituisce un’immagine del paesaggio intorno alla villa corrispondente alla descrizione, con il prato privo di alberi davanti a casa.

L’aspetto attuale è il risultato di modifiche successive: l’impostazione è quella ottocentesca di un giardino all’italiana, suddiviso da siepi di bosso in settori convergenti su una vasca di pietra centrale che porta le iniziali del proprietario dell’epoca, il conte Paolo Mazzetti di Saluggia. Negli anni Sessanta del Novecento il giardino era costituito da aiuole basse, con la presenza di soli due albicocchi davanti a casa. La pianta è rimasta la stessa fino a oggi e l’atrio della villa ha mantenuto il suo aspetto originario, con le tre arcate ora sovrastate da un glicine e i busti di gesso davanti all’entrata. L’impianto arboreo è invece un’aggiunta risalente agli anni Settanta: palme, carpini, magnolie e tuie ombreggiano la villa e il giardino, fondendolo con l’ambiente boscoso della collina.

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Casa Borgogna

Oltre un cancello antico in ferro, al di là del primo cortile di un palazzo in Corso Vittorio Emanuele sul lato opposto alla Crocetta, si schiude un tesoro verde che risale ai primi anni del Novecento. Questo giardino di mille metri quadrati, custodito nel centro di Torino sullo sfondo della Chiesa dei Santi Angeli Custodi, è una creazione della bisnonna del proprietario.

L’edificio principale, costruito su progetto del 1891 di Carlo Ceppi (noto per il suo lavoro sulla stazione di Porta Nuova insieme ad Alessandro Mazzucchetti) conserva ancora le decorazioni originali disegnate dall’architetto. Nel 1902 il progetto iniziale fu integrato con alcune aggiunte, tra cui una scuderia che forniva riparo a cavalli e carrozze e oggi accoglie la dimora del proprietario di casa, corredata dalla presenza di un piccolo fabbricato un tempo abitato dallo stalliere.

L’uso originario di quest’area si riflette nella sua pianta ellittica, che rimanda agli spazi dedicati al movimento dei cavalli all’interno dei maneggi. Questa disposizione è stata mantenuta fino a oggi, con un percorso in ghiaia attraverso il verde.
Gran parte del giardino è immersa nella fitta ombra proiettata da tre alberi maestosi: un imponente ippocastano, un cedro deodara e una magnolia di notevole grandezza. Grazie a questa copertura, prosperano piante da ombra, ortensie e rododendri.

Un dettaglio curioso e toccante è lo spazio su un lato del giardino dedicato alle lapidi commemorative degli animali domestici che hanno accompagnato le generazioni di proprietari di casa nel corso degli anni.

La predominanza dell’ombra al di sotto degli alberi ha consentito la crescita di un tappeto di edera strisciante e pervinche. Tutto lo spazio è avvolto dall’intensa presenza di rampicanti, con una folta copertura di tralci di vite sulle pareti, che ricadono anche intorno alle tende del salotto esterno creando l’atmosfera accogliente e intima di un rifugio dal mondo esterno.

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Vigna Chinet

La Vigna, citata da Amedeo Grossi nella Guida Alle Cascine E Vigne Del Territorio Di Torino E Suoi Contorni (1790) prende il nome da Giovanni Battista Chinet, pellizzaro (mercante di pellicce) di casa Savoia al quale il re nel 1756 donò la villa sulla collina di Sassi con i terreni che la circondavano per 13 giornate.

Un tempo la proprietà comprendeva una cappella e un casino ed era soprannominata “Il Gatto”, forse per il sentiero ripido lungo il quale occorreva inerpicarsi per raggiungerla. Dopo i Chinet, la dimora passò alla famiglia Avogadro, poi ai Promis, fino ad arrivare agli attuali proprietari agli inizi del Novecento.

Un disegno del 1779 conservato presso l’Archivio di Stato consente di ricostruire l’aspetto del giardino in quel periodo: un parterre all’italiana con rondò centrale, dal quale si dipartivano vialetti che delimitavano otto settori. Il giardino occupava il terrazzamento naturale di fronte alla villa e i terreni più esposti al sole erano coltivati a vigneto.

Oggi un prato con vista panoramica sull’intera città e sulle Alpi ha preso il posto del parterre, per accogliere eventi e ricevimenti. Un viale di tigli di inizio Ottocento, di una varietà ora introvabile, conduce alla villa e separa il prato dal giardino degli agrumi. La folta vegetazione intorno è un mosaico di alberi secolari: sequoie, tassi, catalpa, tigli e liriodendron (il cosiddetto albero dei tulipani). Tra le siepi di bosso ottocentesche, l’attuale proprietà ha inserito rose antiche, seguendo il principio di preservare il fascino semplice e agreste che contraddistingue questo luogo. C’è anche un piccolo spazio verde chiamato “giardino segreto”: questo doveva essere l’accesso originario dal quale partono due scalinate che portano alla villa, piantumato con magnolie, peonie, tassi e catalpa.

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ColtivAbile

ColtivAbile è un progetto che mette in relazione lavoro, integrazione e natura.L’obiettivo perseguito è quello di creare uno spazio in cui ragazze e ragazzi autistici possano cimentarsi in attività di natura agricola. A ColtivAbile, l’acquisizione di capacità manuali viene esaltata come pratica terapeutica, permettendo a chi partecipa al progetto di sentirsi parte di un processo produttivo, in legame con il territorio e con le persone con le quali lavora. Al tempo stesso ColtivAbile vuole essere un luogo dove si possano creare momenti di aggregazione e svago fruibili da tutti: sia dai residenti del circondario che da chiunque voglia raggiungere ColtivAbile per un momento di svago. L’area occupata dall’orto-giardino di ColtivAbile si colloca sulla collina di Moncalieri, alle porte di Torino. Lo spazio è stato progettato per essere tranquillo e raccolto ma al tempo stesso per dare un senso di apertura attraverso l’affaccio sulle colline circostanti. I percorsi disegnano forme sinuose e organiche, andando a costituire spazi tematici dedicati a specifiche pratiche agricole o attività legate alla socialità. È uno spazio di condivisione e incontro, dove l’interazione tra le persone viene esaltata e incoraggiata sia attraverso il contatto con la terra e il lavoro manuale, sia con l’offerta di attività sportive e ricreative fruibili da tutti.
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Casa Elementi

Il giardino Dino Fresia fu istituito nel 1887 e concepito fin dalla sua creazione secondo il concetto e lo stile del giardino paesaggistico di ispirazione inglese. Per giardino paesaggistico all’inglese si intende una tipologia di spazio aperto nato nel XVIII secolo in Inghilterra che si contrappone stilisticamente ai giardini all’italiana e alla francese; i giardini all’inglese sono caratterizzati da uno spazio studiato minuziosamente a livello progettuale ma che all’apparenza hanno un aspetto naturale. Il giardino paesaggistico o all’inglese è caratterizzato da elementi naturali, quali l’accostamento di specie vegetali ed elementi acquatici e artificiali, e piccole strutture architettoniche quali tempietti o rovine che si mostrano al visitatore lungo il percorso come piccole scoperte senza mai arrivare ad una visione d’insieme che invece è possibile avere nei giardini all’italiana e alla francese grazie ai forti assi prospettici e alla vegetazione estremamente addomesticata che li caratterizzano. Con l’avvento del giardino paesaggistico si manifestò in tutta Europa la necessità di creare spazi verdi pubblici privi di barriere e recinzioni ma curati nei minimi dettagli, disponibili per la libera fruizione da parte dei cittadini, in contrapposizione rispetto ai giardini nobiliari privati che fino a quel periodo costituivano pressochè le uniche aree pubbliche in ambiente urbano. Dal punto di vista compositivo Cristina Bollano e Paolo Peano descrissero così il giardino Dino Fresia: “Discendente dei giardini romantico-pittorici dell’Ottocento è concepito nella ricerca del bel disordine, alternando, in uno schema asimmetrico, percorsi tortuosi tra le aiuole, “zone di raccolta” nell’intimità di siepi potate a topiaria, vasche d’acqua circondate da massi di roccia e piccole caverne coperte di muschi”. A partire dagli anni venti del 900 vengono apportate le prime modifiche, quali l’inserimento del monumento ai Caduti della prima guerra Mondiale e la costruzione di una vasca laterizia “munita di zampillo centrale contornato da blocchi”; tuttavia la struttura non venne mai modificata significativamente rispetto al disegno originale e tutt’oggi mantiene la sua natura di spazio pubblico con l’aggiunta di un’area gioco per i più piccoli e la rimozione della vasca d’acqua. All’interno di questo spazio è possibile osservare la presenza di diversi esemplari di alberature di grandi dimensioni quali tigli, faggi e ippocastani.
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IED Torino

La sede torinese dell’Istituto Europeo di Design (IED), un edificio storico in via San Quintino costruito nel 1881, offre un contrasto fra la tradizione architettonica e la modernità delle attività svolte al suo interno. Ogni anno circa 1000 studenti provenienti da tutto il mondo si riuniscono in questo luogo per coltivare la loro passione per la creatività e l’innovazione. Lo stabile, adiacente alla chiesa dei Santi Angeli Custodi, copre una superficie di 2.500 metri quadri destinati ad aule e laboratori ai quali si aggiungono oltre 550 metri quadri di giardino, cuore pulsante della vita studentesca che qui trova spazio di aggregazione e un momento di svago tra una lezione e l’altra. Il giardino presenta una pianta a L ed è cinto da mura, caratteristica che, insieme alla presenza di piante edibili (fruttiferi come peri, albicocchi, ciliegi, nespoli, melograni), rievoca alcune peculiarità dell’hortus conclusus. Il piano di campagna è ricoperto da uno strato di ghiaia di matrice calcarea e le aiuole che ospitano il verde ornamentale si sviluppano perimetralmente lungo la muratura. Gli elementi arborei occupano l’interno della superficie del giardino (ippocastani, bagolari) e al di sotto di alcuni di questi sono presenti aiuole disposte secondo una simmetria radiale, pressoché prive di vegetazione. Numerosi anche gli arbusti di varie specie, tra cui aucuba, ibisco, ortensia, rose e oleandri. Tra i rampicanti si notano esemplari di bignonia, edera, vite americana e falso gelsomino. A impreziosire ulteriormente il giardino sono gli arredi della collezione M’Afrique, firmata da designer internazionali per Moroso. Ispirate ai colori caldi e alle atmosfere africane, le sedute e i tavolini sono realizzati attraverso una tecnica di intreccio a mano di fili di plastica tradizionalmente utilizzati per la costruzione di reti da pesca, una lavorazione che rende unico ogni pezzo.
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Villa Il Cipresso

Il Cipresso, una delle ville storiche della collina di Torino meglio conservate grazie alla costante manutenzione, si trova a Chieri, all’inizio della strada per Superga. Costruita a metà del Settecento probabilmente su progetto di Bernardo Vittone, conserva la conformazione a U tipica delle cascine piemontesi, con la parte frontale un tempo destinata ad abitazione nobiliare e quella retrostante in origine dedicata alle case dei fattori, alle cantine, al granaio e ai ripostigli degli attrezzi. Attribuita al Vittone è una delle due chiese speculari che affiancano la villa; la seconda, costruita successivamente, cela al suo interno un “salotto ottomano” con affreschi di uccelli. Oggi il complesso di oltre 7000 metri quadri circondato dal parco è suddiviso in abitazioni private. Il giardino è all’italiana, con tre terrazzamenti bordati da siepi di bosso e un sistema di fontane funzionanti, collegate l’una all’altra da una cisterna; nella fontana di forma circolare antistante la villa è stato posizionato un putto del Cinquecento. I quattro pilastri che incorniciano un lato del giardino corrispondevano un tempo ai varchi di entrata e uscita che agevolavano il transito delle carrozze di fronte all’edificio. Oltre alla presenza di cipressi secolari, da cui il nome della villa, il parco vanta alberi tra i quali un cedro dell’Himalaya di 150 anni, oltre a tigli, querce e tassi, roseti e un giardino di erbe aromatiche. Sono ancora presenti le voliere, che un tempo ospitavano pavoni, e le grotte artificiali dove i nobili amavano trascorrere il tempo libero, che riproducevano un ambiente marino con stalattiti. Due file di cipressi hanno sostituito i precedenti olmi che costeggiavano il viale. Dal belvedere la vista spazia sulla campagna circostante piemontese, con la sua alternanza di boschi, seminativi e vigneti, fino al Monviso.
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Podere La Cardinala

Il Podere La Cardinala si trova nella collina di Moncalieri e sorge sulle tracce di una delle vigne storiche dell’area, denominazione con la quale vengono indicate ville e cascine che sorsero a partire dal XVI secolo in tutta l’area collinare nei pressi della città di Torino, su appezzamenti di terreno in gran parte coltivati a vite. Nonostante inizialmente gli edifici delle vigne mantenessero elementi architettonici più rustici e legati agli aspetti produttivi, lungo il Settecento vennero prediletti dalla maggior parte dei proprietari restauri ad opera di grandi architetti in voga tra l’aristocrazia torinese, tra i quali Ascanio Vittozzi, Bernardo Vittone e Mario Quirino, ricorrendo talvolta a elementi architettonici di ispirazione juvarriana. La storia dell’area dove oggi sorge il podere La Cardinala si lega in origine a quella del cardinale Vittorio Amedeo delle Lanze, nato nel 1712, figlio illegittimo del Duca Carlo Emanuele II e ufficialmente riconosciuto da Carlo Francesco Agostino delle Lanze. La composizione della tenuta vede sin dalle origini la presenza di una villa circondata da vigneti, un connubio tra architettura e paesaggio agreste simbolo del forte legame tra il paesaggio collinare di Moncalieri e i suoi insediamenti. Il cardinale commissiona all’architetto Bernardo Vittone, esponente del barocco piemontese e collaboratore di Filippo Juvarra, il rinnovo dell’edificio e la costruzione di una cappella dedicata alla Beata Vergine, elementi divenuti fondanti della ricchezza storico-culturale dell’area. È proprio in virtù della valorizzazione di questo passato che nasce Podere la Cardinala, una realtà vinicola che affonda le sue radici nel desiderio di reimpiantare là, dove in origine erano presenti, le storiche vigne del cardinale. Si tratta di una nuova realtà vinicola di sette ettari, una superficie vitata unica nel territorio di Torino e provincia dove viene prodotta un’eccellente selezione di vini DOC che spaziano dallo Chardonnay allo Syrah, dal Merlot al Cabernet e al Pinot Nero.
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Castello di Lucento

Le origini del castello di Lucento affondano profonde radici nella storia. Già a partire dalla prima metà del Trecento il castello appare in documenti catastali come proprietà della famiglia Beccuti, dai quali abbiamo traccia di una struttura fortificata con corte interna, con funzione non solo produttiva ma anche di protezione. Lungo il Quattro e Cinquecento la struttura del castello rimane parzialmente invariata, arricchendosi però di insediamenti abitativi nei pressi e perdendo la funzione di protezione militare dati i cambiamenti nell’assetto della città di Torino e dei suoi dintorni. Verso la seconda metà del Cinquecento la proprietà passa nelle mani di Emanuele Filiberto di Savoia, che rende il castello una tenuta dedicata ai divertissement della famiglia reale, dove si praticano la caccia e i loisirs della vita campestre nei periodi di ritiro dalla città. Parallelamente Emanuele Filiberto inizia ad ampliare i possedimenti agricoli intorno al castello, dando vita di fatto a una tenuta produttiva di notevoli dimensioni, con la presenza di animali e colture di cultivar introdotte per la prima volta in territorio torinese. In seguito alla “gestione” dei Savoia, il castello subisce diversi passaggi di proprietari e destinazioni d’uso, passando da struttura di difesa durante l’assedio delle truppe francesi nel 1706 a luogo di produzione della seta sotto la guida della famiglia Tana d’Entracque, fino a diventare nel 1873 un istituto agrario di formazione ai mestieri dei giovani indigenti, l’istituto Bonafous. Il castello di Lucento è insieme al Valentino una delle poche residenze sabaude nella parte piana dell’area urbana di Torino. Suoi aspetti peculiari sono la versatilità e le tante vocazioni d’utilizzo che ha assunto nel tempo, le quali sono in un certo senso specchio delle epoche vissute dalla città di Torino e di come è cambiata nei secoli. Oggi il castello di Lucento accoglie uffici di Teksid, Api e Aief. Pur non mantenendo la struttura e dimensioni originali, permangono elementi che ricordano ciascuna delle tante vite e delle tante storie che hanno attraversato quest’area. Il complesso si sviluppa intorno a una corte interna dove troviamo esemplari arborei di pregio quali platani ornamentali e faggi rossi. Tutto il complesso è inserito in un’area dove si intrecciano elementi di natura non governata ed elementi antropici post-industriali, che insieme creano un’ambientazione unica.

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Casa Luzi

La storia di Casa Luzi e del suo giardino è un affascinante racconto di fusione tra disegno architettonico e ambiente naturale. Gli architetti Elio Luzi e Sergio Jaretti, due figure eminenti che hanno contribuito a plasmare il panorama urbano di Torino nella seconda metà del Novecento, hanno realizzato le proprie residenze private all’inizio degli anni Sessanta nella conca di Sassi, lungo via Borgofranco.
Il terreno scosceso su cui sorge Casa Luzi è il luogo in cui si realizzò la visione da cui prese il via il progetto del complesso immobiliare: due proprietà separate, ma collegate al centro dallo studio di architettura condiviso. Tra la pendenza del terreno e il percorso della funicolare di Superga, Luzi e Jaretti hanno intravisto l’opportunità di creare uno spazio dove gli edifici si fondono con la natura.

Il processo creativo si è sviluppato con il disegno della casa dal basso verso l’alto, modellando il terreno in una serie di movimenti che abbracciano la villa di 400 metri quadrati in cui volumi diversi si incastrano gli uni negli altri.
Il risultato è una casa di cui il giardino è parte integrante, un’esperienza di gioco di ruoli tra l’interno e l’esterno nel quale, come a teatro, dal giardino si è spettatori della vita che nella villa si svolge, mentre dal suo interno si prova la sensazione che gli elementi della natura entrino attraverso le grandi vetrate, in un rapporto di scambio e inclusione reciproco.

La casa-giardino è una sinfonia di elementi naturali e architettonici dominata dal grande tiglio che ombreggia l’edificio e alleggerita dalla grazia della betulla. Un bosco di bambù giganti delinea il confine della proprietà, separandola dalla villa gemella di Jaretti, e la Parrotia persica in autunno illumina il giardino con il suo rosso acceso.

I terrazzi, collegati da una rete di quattordici scale esterne e interne, offrono un percorso attraverso dislivelli e prospettive che evocano l’architettura organica ispirata a Frank Lloyd Wright, in dialogo con l’ambiente circostante.

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Castello di Nichelino

In origine casaforte medievale con funzione sia difensiva che abitativa, il castello di Nichelino conserva tracce di epoche diverse. Del Medioevo rimangono alcuni elementi architettonici tra cui le finestrelle con la cornice in cotto e la torretta di avvistamento nella parte est dell’edificio. Nel Seicento il palazzo venne acquistato dall’avvocato Manfredo Occelli, dal quale prende uno dei nomi con cui è conosciuto. Secondo le testimonianze, in quel periodo l’edificio era ridotto a rudere e gli Occelli lo trasformarono in una dimora nobiliare, che andò a costituire il cuore del borgo vecchio e della futura cittadina.

La facciata del castello, su cui si intravedono tracce di un affresco, in origine era dipinta in “bianco Stupinigi” e anche il giardino antistante porta tracce del legame con la palazzina di caccia, nelle geometrie ordinate delle sue siepi. L’ampliamento dell’edificio sul giardino principale presenta mattoni del tutto simili a quelli delle cascine del complesso di Stupinigi, forse prodotti dalla stessa fornace. L’attuale colore “giallo Torino” della facciata principale è stato scelto negli anni Sessanta.

Nel Novecento il palazzo viene acquistato dalla famiglia Segre. Sion Segre Amar, figlio del nuovo proprietario, viene arrestato negli anni Trenta con Leone Ginzburg per la sua militanza antifascista nel gruppo di Giustizia e Libertà. Con la promulgazione delle leggi razziali si rifugia con la famiglia in Palestina, per tornare dopo la fine del conflitto mondiale.
Si deve probabilmente a Sion Segre la realizzazione del grande parco in stile paesaggistico sul lato posteriore del castello, con un laghetto e alberi ad alto fusto.

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Rocca di Arignano

Dal Medioevo a oggi la Rocca di Arignano ha attraversato i secoli rimanendo inalterata per oltre 600 anni, fino all’intervento dell’attuale proprietà che l’ha recentemente ristrutturata con un’attenta opera di recupero mirata a rispettare la continuità con il passato.

Nel castello, edificato in funzione difensiva nell’XI secolo in cima a una collina a cavallo fra il torinese e il Monferrato, sono ancora visibili le tre stratificazioni successive. L’ultima, risalente alla fine del Trecento, presenta i segni di un’interruzione dei lavori che lasciò la Rocca incompiuta e che precedette di pochi anni il suo abbandono, in concomitanza con la costruzione del nuovo castello detto “delle quattro torri” a poca distanza.
Il recente recupero completato nel 2021 ha consentito di preservare le murature esistenti mantenendo anche i piccoli arbusti cresciuti tra i mattoni e le pietre, tra cui alcune piante di cappero, per conservare il fascino dell’antico edificio colonizzato dalla vegetazione.

Anche nel giardino si è voluto evocare l’atmosfera medievale. Da questo proposito nasce il “Giardino dei Semplici”, l’orto di piante officinali e aromatiche tipico dei monasteri dell’epoca, ordinatamente suddiviso con perfetta simmetria in aiuole di erbe medicinali, piante da orto e fiori da taglio. I cassoni in corten per la coltivazione, che citano l’intreccio di rami utilizzati in questo tipo di orti per delimitare le aiuole, sono fiancheggiati da sorbi, meli, nespoli e olivi e da due vasche di pietra ottagonali, ugualmente simmetriche. Attraversa il giardino un pergolato costruito con semplici pali di castagno su cui cresce la vite. Le piante, per la maggior parte edibili, trovano utilizzo nella cucina del castello e sono coltivate anche a scopo didattico, con il supporto di cartellini per identificare le specie vegetali. Lo spazio, che richiama le caratteristiche dell’hortus conclusus, è dominato dalla presenza imponente di un cedro del Libano, sotto il quale è stato costruito un deck in legno che permette all’acqua di filtrare per raggiungere le radici, consentendo al contempo ai visitatori di sedersi all’ombra del grande albero e di viverlo da vicino.

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Palazzo Rossi di Montelera

Il palazzo, oggi sede di Promemoria Group, viene progettato a partire dal 1873 su commissione della società Martini & Rossi, ditta produttrice di bevande alcoliche nata a Torino nel 1863. La ditta viene fondata da Teofilo Sola e Alessandro Martini e alla sua nascita è registrata come Martini Sola e C.ia. Successivamente entra nella società anche il liquorista Luigi Rossi e, alla morte di Teofilo Sola, la ditta cambia il nome in Martini & Rossi.

Nel 1887 la direzione generale si stabilisce in corso Vittorio Emanuele II, e la famiglia Rossi, ormai diventata l’unica proprietaria della società, viene insignita dal re del titolo nobiliare Conti di Montelera per meriti sociali e politici.
Il progettista a cui viene affidato il progetto è Camillo Riccio, un ingegnere esponente dell’eclettismo torinese di fine Ottocento, stile architettonico che vede la commistione di elementi stilistici afferenti al classicismo greco, all’architettura rinascimentale e al barocco.

L’imponente facciata in stile neorinascimentale si affaccia su corso Vittorio Emanuele con un ampio atrio colonnato tripartito che conduce al cortile interno e che in origine doveva fungere da passaggio diretto con via del Piomba, conseguentemente alla demolizione della palazzina di Porta Bava, mai realmente avvenuta.
Nonostante lo stile neorinascimentale adottato nella facciata, non mancano anche elementi stilistici e strutturali di retaggio francese, che si possono apprezzare in particolare nella copertura in stile Mansart, dal nome dell’architetto François Mansart, che prevede piccoli spazi abitabili nei locali del sottotetto segnalati in facciata dalla presenza di abbaini, elemento costruttivo peculiare dell’architettura francese barocca.

Alla struttura principale della facciata si collegano due maniche perpendicolari, tra le quali si trova il cortile interno, ornato da una statua progettata dallo scultore piemontese Giacomo Ginotti, raffigurante una donna, allegoria della Verità.
Dal cortile di palazzo Rossi si accede attraverso due cancelli al retrostante cortile di palazzo di Porta Bava, dove troviamo esemplari di tigli e aiuole ornate da ortensie, alloro giapponese, acero giapponese, peonie arbustive.

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Castello di Sambuy

Il Castello di Sambuy si colloca nel comune di San Mauro Torinese vicino al confine con Castiglione, in prossimità del canale Cimena. Abbiamo traccia dell’esistenza di una fortezza in quest’area già dal 1300 appartenuta in origine all’abbazia di San Mauro, venduta poi al nobile Nicolino da Rivalta e successivamente per secoli contesa data la sua posizione strategica.

A partire dalla prima metà del Quattrocento il castello viene annoverato tra le proprietà della famiglia Balbo Bertone, i cui successori saranno insigniti del titolo di conti di Sambuy in seguito al passaggio di titolo da signoria a contea, voluta dal re di Sardegna nel 1772.
L’ultima modifica degli edifici risale al 1830, quando, sotto la commissione di Camillo Balbo Bertone di Sambuy, opera al castello l’architetto e artista bolognese Pelagio Palagi, molto attivo a Torino all’epoca per volere del re Carlo Alberto, il quale lo incarica del progetto di ampliamento del Castello Reale di Racconigi.

Elementi dell’operato di Palagi al castello di Sambuy si possono apprezzare soprattutto nella facciata della chiesetta, nella cancellata di ingresso con i suoi fregi vegetaliformi e nell’orangerie in stile neogotico, che richiama in piccolo quella del castello di Racconigi.

Per quanto riguarda il parco invece dobbiamo la sua configurazione ai progetti di Ernesto Balbo Bertone, soprintendente poi assessore ai lavori pubblici di Torino e in seguito sindaco e nel 1883 senatore del Regno. A lui si devono i progetti del parco del Valentino e dei giardini Margherita di Bologna.
L’assetto del parco ricorda lo stile del giardino ottocentesco di gusto inglese, che predilige l’utilizzo di forme sinuose e naturali e la costruzione di quinte vegetali magistralmente inserite nel contesto paesaggistico. Ciò che oggi troviamo nel parco è una sistemazione pressoché invariata rispetto a quella ottocentesca, troviamo infatti specie arboree monumentali alternate ad arbusti delicatamente topiati secondo forme naturali, il tutto esaltato dallo sfalcio del prato, manutenuto a raso.

Inoltre, all’interno della proprietà troviamo un cortile interno progettato da Paolo Pejrone, architetto e paesaggista torinese di grande fama.

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Parco di Villa Sassi

Quattrocento anni di storia e una tradizione all’insegna della mondanità e dell’ospitalità, Villa Sassi è una dimora storica della collina torinese che ha visto attraversare le sue sale e i suoi giardini numerose personalità italiane e internazionali, dai nobili ai politici, dagli artisti agli imprenditori. Camillo Benso conte di Cavour passeggiò nel suo parco nei mesi che precedettero l’Unità d’Italia. La famiglia Turati, proprietaria dei marchi Carpano e Baratti, trasformò la villa in uno dei centri più dinamici della vita sociale torinese, attrattivo per intellettuali e personaggi come Helmut Newton e Maria Callas, soprattutto grazie al fermento promosso dalla contessa Romilda Bollati, presidente con il fratello Giulio della casa editrice Bollati-Boringhieri e brillante personalità del mondo dell’imprenditoria e della cultura. Qui la contessa, amante dei ricevimenti e appassionata di fiori, organizzò feste leggendarie in occasione delle quali faceva decorare gli interni della villa con migliaia di rose.
La superficie del parco di Villa Sassi, con i suoi 22 ettari per l’80% ricoperti da boschi, si estende su una parte consistente della collina. Nel corso dei secoli l’intervento umano ha modificato il territorio dialogando con la sua prevalente natura selvatica e rispettandola, come un ospite che limiti la propria presenza. I sentieri che attraversavano questi boschi fino a lambire la collina di Superga sono oggi immersi in una fitta vegetazione, ma i visitatori possono avventurarsi lungo il percorso che conduce al belvedere con un antico tavolino di pietra e la vista che si apre sull’arco alpino.

Fin dal Settecento il parco è stato ripartito in ambienti con funzioni diverse. La parte più selvatica era riservata alla caccia, mentre di fronte alla villa si estendeva il giardino all’italiana, che oggi è stato fedelmente ricostruito dalla nuova proprietà. Due grandi aiuole bordate di bosso con al centro una fontana d’epoca restituiscono a questo spazio la sua bellezza originaria. Ai quattro angoli sono posizionati vasi bianchi con sempreverdi, intorno alle aiuole panchine d’epoca verniciate di bianco e ai lati della fontana due panche di marmo che hanno preso il posto di quelle antiche in pietra.
L’area dell’ampio prato inglese sul quale affacciano le vetrate del salone è circondata da alberi secolari tra cui grandi magnolie dalla fioritura spettacolare e un cedro del Libano di 450 anni, censito tra i più antichi d’Italia. La sua presenza monumentale evoca ideali di forza e potenza che ispirano rituali simbolici all’ombra della sua chioma.

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Centro Congressi Unione Industriali Torino

Il Centro Congressi dell’Unione Industriali Torino ha sede nella palazzina Marone Cinzano, nell’area più elegante del quartiere Crocetta.

La villa in stile eclettico, fatta costruire a fine Ottocento dal marchese Annibale Maffei di Boglio su progetto dell’ingegnere Oreste Bollati, mostrava la facciata aulica sull’allora corso Duca di Genova, oggi Corso Stati Uniti, sullo sfondo di un parco all’inglese con aiuole fiorite attraversate da viali sinuosi. L’ingresso si trovava sull’attuale via Vela, mentre su via Fanti si affacciavano le scuderie, le rimesse delle carrozze e i locali di servizio.
Nel 1902 la villa fu venduta al conte Alberto Marone, marito di Paola Cinzano e per volere del suocero nuovo proprietario dell’azienda di vermouth e spumanti. Marone Cinzano diede inizio a un’operazione di rinnovamento della palazzina durata decenni, che coinvolse i migliori professionisti della decorazione dell’epoca, con risultati sontuosi.

Oggi la villa è sede di eventi di rappresentanza e congressi. Il giardino evoca suggestioni del parco all’inglese con le sue magnolie, il faggio pendulo, il carpino di fronte alla palazzina. Intorno al perimetro della proprietà, tigli, aceri e ippocastani garantiscono riservatezza con le loro ampie chiome, lasciando libero e aperto lo spazio centrale. Alte siepi di viburni e lauroceraso schermano il giardino sul lato sud, illuminate in primavera dalle cascate di fiori bianchi della spirea.

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Val Cenasco Landhouse

Nel cuore della collina moncalierese si trova la Valle Cenasco, anticamente denominata Orcenasco.
La zona si distingue per la sua autenticità: imboccando la strada Cenasco dalla chiesetta di San Bartolomeo ci si immerge in un paesaggio rustico e agreste, dove la mano dell’uomo è presente ma non invadente, lasciando spazio a prati, alberi e declivi lambiti dalle quiete acque di un piccolo ruscello.

La Valle Cenasco, un tempo custode di vigne storiche, accoglie oggi il progetto Val Cenasco Landhouse, una giovane realtà caratterizzata da uno stretto legame con la natura e il paesaggio circostante. Il progetto ha dato nuova luce alla casa colonica del Benisson Grande attraverso il restauro conservativo e l’impiego di materiali naturali e di recupero in grado di preservare il fascino del luogo.

L’area esterna è costituita da un giardino dominato da imponenti ippocastani. L’area circostante l’edificio principale, un tempo coltivata a vigna e zafferano, oggi trova nuovo vigore nelle erbe officinali e nell’apicoltura, preservando la spontaneità di rovi, acacie e sambuchi che infoltiscono le rive e offrono riparo alla fauna selvatica.

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Giardino di Via Napione

Il giardino privato, una pertinenza dell’alloggio situato al piano rialzato dello stabile di via Napione 6, si estende per circa 300 metri quadrati. Con accesso carraio dalla via e un affaccio panoramico sul Lungo Po Machiavelli e sul sottostante Lungo Po Fred Buscaglione, il giardino ha una vista che spazia dal colle di Superga fino al monte dei Cappuccini e al Valentino. La casa, risalente al XIX secolo, è situata nell’area bonificata dell’ex Borgo del Moschino, e la famiglia Maiorca vi risiede dal gennaio del 1941.

Durante la seconda guerra mondiale, il giardino fu oggetto di un bombardamento alleato, che lasciò un grosso cratere danneggiando anche la terrazza. L’altro giardino dello stabile subì l’impatto di un’ulteriore bomba che causò danni alla facciata sud.

Nei decenni successivi, il giardino è stato oggetto di varie trasformazioni e restauri. Le aiuole sono state delimitate con marmo travertino, la pavimentazione della terrazza è stata rinnovata con pezzature di quarzite bargiolina bicolore, nei vialetti sono state posizionate lastre di Luserna e ciottoli del fiume Ticino e la vasca interrata dove fioriscono le ninfee è stata restaurata e rinnovata.

Gli alberi e i fiori nel giardino compongono una variegata combinazione di esemplari, alcuni dei quali vantano anche settant’anni di vita, altri sono stati introdotti più di recente. Le ortensie e l’agnocasto sono presenti da sempre, all’ombra di una magnolia maestosa. Le palme, il melograno e varie specie da frutto si accompagnano alle diverse tonalità di rosa e giallo delle rose. La terrazza e la recinzione fronte Po sono adornate con piante di agave in vasi di terracotta e un’area del giardino è dedicata all’orto domestico. Nell’arco delle stagioni si alternano le fioriture di calle, glicini, viole, ellebori, anemoni e begonie. 

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